LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

L'anima azzurra di Facchetti
"Dopo l'Inter solo il Napoli" Giacinto e l'attrazione per il capoluogo partenopeo svelati nel bel libro del figlio Gianfelice. Quanti incroci: la monetina degli Europei e la prima rete in assoluto, siglata a Bugatti su assist di Picchi. Sino al processo di Calciopoli di GIOVANNI MARINO "repubblica.it"


C'era Napoli nel cuore di Giacinto Facchetti. Ed è una piacevole sorpresa scoprire che il capitano della Nazionale da Treviglio, profondo Nord, il terzino goleador dell'Inter ambisse a vestire la maglia azzurra qualora avesse dismesso l'amata casacca. Indossata per l'intera carriera, dai Sessanta ai primi Ottanta.

C'era molto che riguardasse il Napoli e Napoli nel destino di Facchetti. Perché agli azzurri Giacinto segnò il primo gol in serie A. E al San Paolo ebbe una emozione unica: conquistare con un testa o croce di una monetina il pass per la finale degli Europei che l'Italia avrebbe poi vinto.

C'è ancora Napoli, oggi, per i Facchetti. Giacinto, scomparso anni fa vinto da un male incurabile, sempre fiero oppositore del calcio inquinato e Gianfelice, il figlio che ora ne diffonde i messaggi positivi di lealtà e sportività e ne protegge la figura in Tribunale, al Centro direzionale, da chi vorrebbe macchiarla nello squallido scenario di Calciopoli.

Racconta questo e molto altro il bel libro di Gianfelice Facchetti "Se no che gente saremmo", edito da Longanesi, appena uscito nelle librerie. La storia di un atleta silenzioso e sensibile, talentuoso e mai spaccone; e di un figlio che ne tratteggia la figura di uomo e calciatore con una parola sola (da qui il titolo del volume).

Il secondo amore

Dunque, Napoli. Giacinto svelò quale era il suo secondo grande amore calcistico con il consueto pudore. Racconta suo figlio: "Papà disse che se avesse mai dovuto lasciare l'Inter gli sarebbe piaciuto giocare nel Napoli, la squadra a cui aveva segnato il suo primo gol in serie A. Il cuore del Sud Italia: niente di più lontano dalla sua nebbia e dai posti che d'inverno inghiottiva, niente di più diverso dalla sua mitezza lombarda che l'istinto partenopeo per cui avrebbe voluto correre". Bella la riflessione di Gianfelice sulla passione azzurra del padre: "Forse certe cose ognuno di noi le ha ha sempre sapute; al di là delle radici, le strade e le città dei nostri passaggi disegnano una mappa che alla fine del viaggio mostrerà luoghi ricorrenti, scelti o che ci hanno trovato, in cui è rimasto un frammento della nostra anima. Napoli, nella storia di papà, è uno di questi".

Il primo gol

Giacinto e Armando Picchi, altro grande difensore scomparso, erano amici. Un rapporto saldato anche da un ricordo speciale: la prima rete in serie A del terzino goleador. Guarda caso, al Napoli. Era il trenta maggio del 1961. L'assist, evento raro, glielò forni proprio Picchi. Con la voce del padre Gianfelice ricostruisce l'azione: "Nei pressi dell'area napoletana Armando si sbarazzò di un avversario e quando vide il portiere venirgli incontro per rovinargli la festa fu semplicemente magnifico, effettuò un cross al millimetro e la palla arrivò sui miei piedi; in quel momento la mia concentrazione era al massimo: non pensavo a nulla, né alla folla né a me stesso. Pensavo solo che il mio dovere era quello di colpire di piatto quella palla e di mandarla nel posto giusto. Lo feci e la palla finì in rete. Il mio primo in serie A"". Per la cronaca la gara di Milano finì tre a zero con le altre reti di Corso e Bolchi; Bugatti fu il primo portiere battuto da Giacinto in un Napoli che in avanti contava su Di Giacomo, Pivatelli, Tacchi.

Quella monetina a Fuorigrotta

Campionati d'Europa 1968, stadio San Paolo, Napoli. Italia e Unione Sovietica si giocano l'accesso alla finale ma non riescono a superarsi. Neppure ai supplementari. I rigori non sono contemplati e tutto verrà deciso dalla sorte. Dal lancio di una monetina. Tocca a Facchetti decidere quel match con il fato. Passa l'Italia. Giacinto la ricordava così, quella partita vinta con la dea bendata: "Fare gol con la monetina è una cosa maledettamente difficile, davvero ci provai con tutte le mie forze e con una grande tensione. Divenni anche prepotente, per la prima volta nella mia vita. Infatti era successo che l'allenatore dei sovietici, signor Jakuscin, voleva scegliere lui la parte della medaglia, una moneta da 10 franchi francesi dove da una parte c'erano degli stemmi e dall'altra delle figure. Anzi, aveva già scelto. Jakuscin disse al capitano Shesterniev di indicare le figure. Allora mi opposi". Una mossa vincente: testa o croce, Giacinto disse testa, corrispondeva alle figure. "La monetina cadde a terra e si mise a rotolare, non si fermava mai... ecco si è fermata, ecco vedo le figure, allora non capisco più niente: credo di aver scardinato la porta dell'arbitro e quella dei nostri spogliatoi. Entrai come una bomba. urlando".

La festa silenziosa di Burgnich al San Paolo

Negli spogliatoi del San Paolo è festa grande. Tutti ebbri di gioia, tutti tranne uno: Tarcisio Burgnich, roccia difensiva dell'Inter di Helenio Herrera. Gianfelice ricorda cosa raccontò il padre: "Tarcisio non mi saltò al collo e non mi baciò. Era rimasto tranquillamente seduto sulla sua panchina e stava ancora togliendosi le scarpe da gioco piene di fango. "Tarcisio - gli dissi - ma non sei contento?". E lui: "Certo che lo sono ma io sapevo già come sarebbe andata a finire. sapevo già tutto... l'avevo detto a tutti: va di là Facchetti e quello sceglierà la parte giusta, non avevo dubbi. Ho sempre avuto fiducia in te, Giacinto". La serafica e granitica fiducia di Burgnich nello spogliatoio di Napoli era un episodio che non potevo tralasciare". Che incroci del destino: Tarcisio, il terzino destro dell'Inter euromondiale avrebbe poi concluso la carriera proprio nel Napoli. Il secondo amore calcistico di Giacinto.
g.marino@repubblica.it

"Prete, tabella e una mia follia, così firmammo la Grande Rimonta"
A 40 anni dall'undicesimo scudetto interista Sandro Mazzola rivive il campionato del 1971 conteso, proprio come adesso, a Milan e Napoli. E svela: "Quando entrai nello spogliatoio dell'arbitro a fine primo tempo e gli urlai: lei ci sta penalizzando..."
di GIOVANNI MARINO, fonte www.repubblica.it


Napoli, sull'aereo che rulla sulla pista di Capodichino tre leggende del calcio Mondiale discutono animatamente. Burgnich, il granitico Tarcisio dell'Inter euromondiale degli anni Sessanta è il più accanito. "Possiamo vincerlo ancora, oggi abbiamo giocato proprio bene, dipende solo da noi", incita il difensore nerazzurro. Vicino, siede Sandrino Mazzola, figlio del mitico Valentino granata, bandiera e capitano del Biscione. Proprio davanti c'è Facchetti, l'altro terzino delle Coppecampioni e Intercontinentali, il primo difensore capace di segnare come un bomber. Tutti reduci da una sconfitta, bruciante, al San Paolo con il Napoli di Juliano, Zoff e Altafini. E da un tremebondo inizio di torneo che è già costato la panchina al difficile Heriberto Herrera.

CALCOLI MATEMATICI - E' il tardo pomeriggio del 22 novembre 1970 quando l'aeroplano decolla, direzione Milano. La discussione si infervora. "A un certo punto io mi convinco - racconta a "Repubblica" Mazzola, custode di tutti i segreti della Grande Rimonta nel campionato '70-'71 di cui ricorre adesso il quarantesimo anniversario - e scuoto il sedile di Giacinto per coinvolgerlo. Passano pochi minuti e ci ritroviamo a far calcoli: io tiro fuori un opuscoletto con tutte le giornate ancora da disputare e cominciamo a fare la famosa tabella". Che poi sarebbe? "Assegnare, partita per partita, i punti possibili a Napoli e Milan, che ci precedono e... a noi stessi. Beh, viene fuori che alla fine vinciamo noi se rispettiamo la tabella".

I DUBBI DI FRAIZZOLI - Così, letteralmente per aria, nasce la ferrea volontà di cucirsi addosso l'undicesimo scudetto. "Tutti e tre, i vecchi della Grande Inter ci alziamo e andiamo dal presidente Ivanhoe Fraizzoli. Lui, abbatuttissimo, seduto da solo nella parte finale dell'aereo, ci rinvia al mittente parlando milanese stretto: "Scudetto? Figlioli miei andate, andate su, che fantasia figlioli miei, ma di che parliamo? Siamo a 7 punti dal Napoli e a 6 dal Milan, ma va là, dai". Comprensibile, ma noi ci crediamo e in questo sport se ci credi davvero sei a metà dell'opera".

IL DISTACCO DA MILAN E NAPOLI - Alessandro Mazzola ha voglia di raccontare. I suoi ricordi, 40 anni dopo, sono ancora vividi. "Fu un'impresa, l'ultima della Grande Inter, e ne sono tuttora fiero". Nessuna presunzione. Ha ragione: nell'epoca del campionato a 16 squadre e dei (soli) 2 punti per una vittoria, l'Inter seppe rimontare a partire dalla ottava giornata tutto il vantaggio accumulato dalle due squadre che la precedevano per andare a vincere, addirittura, con un distacco di 4 punti. "Già, da quel giorno non perdiamo più, le vinciamo quasi tutte, se non sbaglio concediamo solo tre pareggi, di cui due alla fine, a cose fatte, il tricolore è nostro, ma ci sono altri retroscena".

DA HERIBERTO A INVERNIZZI - Sandrino non si fa pregare. "Dunque, al timone non c'è più Heriberto Herrera ma Gianni Invernizzi e l'atmosfera nello spogliatoio si è rasserenata. Povero Heriberto, era un ottimo allenatore, profeta di un calcio moderno, così moderno, il movimiento (come diceva lui) senza palla, che noi non lo capivamo. E poi il carattere era difficile, chiuso, introverso. Con Gianni, invece, tutta un'altra musica. Per prima cosa rimette in squadra tre giocatori che Heriberto aveva fatto fuori, tutti fortissimi, Gianfranco Bedin, Jair da Costa e Mario Bertini, se non ricordo male. Nasce la tabella e a questa aggiungiamo una scaramanzia: un prete".

LE PREGHIERE DI DON BOMBA - "Il mio prete - prosegue divertito Mazzola - perché era stato professore alla scuola Armando Diaz dove ero andato e in seguito avrebbe anche celebrato le mie nozze. Si chiamava monsignor Spada, da ragazzini lo avevamo soprannominato Don Bomba: era alto e grosso, con un bel vocione e abitava vicino al Duomo. Una sera, visto che Invernizzi aveva l'abitudine di riunirci il venerdì per cena in un ristorante della zona, proposi di andare a trovarlo. Lui ci accolse e ci ordinò di confessarci: "Siete biricchini voi giovani calciatori e se volete vincere dovete dire tutto al Signore". Insomma, la domenica seguente si vinse e per tutto il campionato Don Bomba fu, assieme, il nostro confessore e il nostro talismano".

IL SINISTRO DI MARIOLINO - E arrviamo alle sfide di ritorno con le grandi rivali. Il Milan e il Napoli. "Il derby è cruciale. Siamo molto tesi. Niente affatto sicuri di vincere. Risultato obbligato, per noi. E la gara resta così, quasi sospesa, finché il geniale sinistro di Mariolino Corso su punizione, la sua specialità, non ci porta in vantaggio. Poi chiudo io la gara su azione di Jair da Costa, contropiede veloce, delizioso cross per Roberto Boninsegna che colpisce di testa e prende il palo oppure ci arriva Fabio Cudicini, comunque sia io ribatto in rete. Due a zero, ma sappiamo che non è finita lì".

IO NELLO SPOGLIATOIO DELL'ARBITRO - Altro match fondamentale per completare il sorpasso e lasciarsi definitivamente dietro rossoneri e azzurri è la gara con il Napoli. Si gioca a San Siro, il 21 marzo 1971. E lì ne accadono di tutti i colori. Mazzola, 40 anni dopo, con il sorriso sotto i celebri baffi, svela un suo clamoroso blitz: "Feci una cosa che non si può fare, proibita dal regolamento. Una cosa sbagliata. Irruppi nello spogliatoio dell'arbitro e gliene dissi quattro. Ma non volevo ottenere favori. Piuttosto intendevo riequilibrare una conduzione di gara a noi assolutamente sfavorevole". E' il suo punto di vista. Che contiene comunque un'ammissione.

DALL'ESPULSIONE AL BLITZ - Il suo racconto: "Il Napoli è avversario tosto, forte e quadrato. Con giocatori di classe cristallina come Dino Zoff in porta, Totonno Juliano a centrocampo, Josè Altafini in attacco. Sta disputando un grandissimo torneo. E' in corsa. E se la gioca. Va in vantaggio con Altafini che riprende una respinta di Lido Vieri. Subito dopo l'arbitro, l'internazionale Sergio Gonella, ci butta fuori Burgnich per un fallo su Umile. Decisione che secondo noi non ci sta. Protestiamo, in quei primi 45 minuti ci sentiamo presi di mira dal direttore di gara e non ci va giù". Sotto di un gol e in dieci contro undici, l'Inter vede svanire la Grande Rimonta. Ma attenti al colpo di teatro. "Finito il primo tempo, mentre i compagni sono nello spogliatoio, io mi dirigo in quello dell'arbitro Gonella. Entro come una furia e lo aggredisco verbalmente. Rammento di avergli detto che non poteva arbitrare in quel mondo, che ci stava penalizzando gravemente e di aver usato qualche espressione colorita il cui senso era: o si dà una regolata o da San Siro usciamo tutti fritti, finisce male: noi, perché perdiamo partita e scudetto e lei, perché con il suo arbitraggio sarà stato il principale responsabile della sconfitta. Gonella è esterrefatto, mi dice qualcosa del tipo: "Mazzola, esca immediatamente da qui, ma cosa fa, come diavolo si permette?". Mi guarda assolutamente sconcertato e ha ragione...".

IL RIGORE DI BONIMBA - Secondo tempo. Cambia tutto. L'Inter attacca a testa bassa e dopo neppure dieci minuti ottiene un rigore. Contestatissimo a dir poco, anche 40 anni dopo: un (ipotetico) fallo di ostruzione in area di Panzanato che protegge l'uscita di Zoff proprio dall'arrivo di Mazzola. Per giunta, Boninsegna lo realizza fermandosi platealmente nella rincorsa. Altafini mima la scena con Gonella chiedendogli almeno di far ripetere il penalty. Nulla da fare. A quel punto il Napoli perde la testa e la partita. Zoff, innervosito, compie una delle sue rarissime papere non trattenendo un colpo di testa in acrobazia sempre di Boninsegna che quasi si spacca una tempia mentre il difensore Panzanato cerca un plastico rinvio. Inter 2, Napoli 1. Lo scudetto prende una sola strada e non porta a Sud.

SQUADRA DI CAMPIONI - Mazzola ammette, ma non ammaina la bandiera dell'orgoglio interista: "Col senno di poi, probabilmente, misi addosso un tale senso di colpa a Gonella che finii per condizionare il suo arbitraggio. Sinceramente penso che alla fine avremmo vinto lo stesso: in quella squadra c'erano sei o sette giocatori dell'Inter che aveva dominato il mondo. E poi ragazzi del calibro di Mauro Bellugi, Mario Giubertoni, Vieri, Bertini e quel gran goleador acrobata che era Bonimba Boninsegna. Per non parlare di due "bambini" che avrebbero fatto tanta strada: Ivano Bordon e Gabriele Oriali. Tanta roba, insomma. Giocatori tecnici e dal carattere indomito, altrimenti non avremmo firmato quella strepitosa rimonta. Era una corsa a tre, noi, il Napoli e il Milan. Curioso, proprio come adesso...".
g. marino@repubblica. it

Le confessioni di Capitan Mazzola "Quel blitz dall'arbitro nel match col Napoli"
Stagione 1970-1971: Napoli, Milan e Inter si contendono lo scudetto. Proprio come adesso. Nel giorno di primavera si gioca un match decisivo. Gli azzurri vanno in vantaggio e sognano. Ma poi accade qualcosa negli spogliatoi e la gara si ribalta. Tra le proteste di Ferlaino, Altafini e compagni. La bandiera nerazzurra racconta tutto, di GIOVANNI MARINO da www.repubblica.it

Il gol vittoria di Boninsegna che quasi si spacca la testa mentre Panzanato tenta il rinvio

Gli americani li chiamano cold case. Si riferiscono a quei gialli che trovano soluzione dopo tanto, tanto tempo. In questa storia il cadavere, fortunatamente, non c'è. O meglio, a volerlo cercare è un triangolino tricolore. Di stoffa. Lo scudetto stagione 1970-1971. Che i tifosi storici del Napoli ancora reclamano, ritenendolo scippato, di malamaniera, dall'Inter.

In un match in cui si parlò di un'incursione diretta di un importante giocatore nerazzurro sull'arbitro. Una discussione influente. Al punto da cambiare inerzia e risultato della partita decisiva. Quarant'anni dopo quel giocatore, oggi un distinto signore e opinionista televisivo, svela tutto. Chiude il caso. Con una semplicità disarmante. E i toni giusti, perché sempre di una partita di pallone parliamo.

Sì, quel blitz nello spogliatoio dell'arbitro ci fu. E Sandrino Mazzola, celebre capitano dell'Inter che trionfava in Europa e nel mondo, lo racconta con una attendibilità totale. Perché fu lui a entrare nello spogliatoio del direttore di gara. E a urlargli la sua rabbia. "Ero furibondo - racconta - ho ben presente il senso del mio intervento: arbitro, lei sta favorendo il Napoli, si dia una regolata perché qui finisce male. Non era una minaccia, era quello che provavo".

Ventuno marzo 1971. Il Napoli si gioca lo scudetto a San Siro. E' in piena corsa. Assieme all'Inter e al Milan. Proprio come adesso. Finisce due a uno. La squadra allenata da Beppe Chiappella va in vantaggo con Josè Altafini, poi subisce la rimonta nella ripresa. Doppietta di Roberto Boninsegna. Ma il match, teso e nervoso, è segnato dalle decisioni arbitrali che - giura ancora oggi l'ex presidente Corrado Ferlaino - favorirono sfacciatamente i nerazzurri.

"Sì - spiega Mazzola - feci una cosa proibita dal regolamento. Sbagliata. Con un arbitro internazionale come Sergio Gonella. La partita era di quelle decisive. Il Napoli un avversario forte. Con giocatori di classe come Dino Zoff, Juliano, Altafini. Stava disputando un grandissimo torneo. Noi, dopo un inizio di campionato-choc culminato proprio con la sconfitta al San Paolo all'andata, ko che ci aveva fatto sprofondare a sette punti dagli azzurri e a sei dal Milan, eravamo ripartiti alla grande, complice una tabella stilata da me, Tarcisio Burgnich e Giacinto Facchetti e il cambio dell'allenatore: via il complicatissimo Heriberto Herrera e dentro Gianni Invernizzi, uno di noi. Battere Juliano e compagni, insomma, era vitale".

Il match si gioca nella giornata di ingresso di primavera ma a San Siro sembra inverno. Cielo cupo e terreno fangoso. Una battaglia. A nervi scoperti. Il primo tempo volge a favore del Napoli. Che segna con Altafini, opportunista nel riprendere una respinta in tuffo di Lido Vieri su colpo di testa di Juliano e conta anche sul vantaggio numerico. "Cosa che ci fece saltare i nervi - rievoca Mazzola - perché l'espulsione di Burgnich per fallo su Umile non ci stava proprio e arrivò durante una fase in cui Gonella fischiava in favore del Napoli".

Sotto di un gol e in dieci contro undici, l'Inter vede svanire la grande rimonta. Ma qui entra in scena uno dei migliori attaccanti della storia del calcio italiano. "Finito il primo tempo, mentre i compagni sono nello spogliatoio, io mi dirigo in quello dell'arbitro Gonella. Entro come una furia e lo aggredisco verbalmente. Rammento di avergli detto che non poteva arbitrare in quel mondo, che ci stava penalizzando gravemente e di aver usato qualche espressione colorita il cui senso era: o si dà una regolata o da San Siro usciamo tutti fritti: noi, perché perdiamo partita e scudetto e lei, perché con il suo arbitraggio sarà stato il principale responsabile della sconfitta".

I ricordi di Mazzola sono vividi: "Gonella era esterrefatto, mi disse qualcosa del tipo: Mazzola esca immediatamente da qui, cosa blatera, ma come diavolo si permette?".

Secondo tempo. Cambia tutto. L'Inter attacca a testa bassa e dopo neppure dieci minuti ottiene un rigore. Contestatissimo a dir poco, anche quaranta anni dopo. Un molto ipotetico fallo di ostruzione di Panzanato proprio su Mazzola. Per giunta, Boninsegna lo realizza fermandosi platealmente nella rincorsa. Il Napoli perde la testa e la partita. Zoff, innversito, compie una delle sue rare papere non trattenendo un colpo di testa in acrobazia sempre di Boninsegna. Lo scudetto prende una sola strada e non porta a Sud.

Mazzola ammette ma non ammaina la bandiera dell'orgoglio interista: "Col senno di poi, probabilmente, misi addosso un tale senso di colpa a Gonella che finii per condizionare il suo arbitraggio. Ma penso che avremmo vinto lo stesso, in quella squadra c'erano sei o sette giocatori dell'Inter che aveva dominato il mondo". Sipario, il cold case è risolto.
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LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

 

La prima immagine di papà Giacinto sui campi è legata ad Appiano Gentile. Casa Inter, insomma. "Ero piccolissimo, ricordo quelle tute nero azzurre attorno a me che correvano. Io li guardavo, mi sembravano tutti giganti. Erano gentili, si divertivano a farmi calciare un pallone. Sì, ero un bimbo tra i giganti, un bimbo in un mondo magico". Gianfelice Facchetti ha la stessa aria pulita di suo padre Giacinto, lo stesso tono sobrio ed elegante. Giacinto Facchetti: in una parola una leggenda del calcio nazionale e internazionale. Il primo terzino sinistro a difendere e ad attaccare. Il primo terzino sinistro a segnare come un bomber. E a conquistare il mondo con l'Inter. Giacinto se n'è andato qualche anno fa, prima che l'Inter di Massimo Moratti prendesse a vincere ovunque e a raffica. Come lui avrebbe fortemente voluto. Gianfelice, attore-regista di teatro, è uno dei figli, impegnato nel custodirne i valori e lo spirito. Con uno stile inconfondibile, quello di casa Facchetti.

LA TIMIDEZZA DEL CAMPIONE - "Papà - così apre il libro dei ricordi Gianfelice - aveva molto pudore a parlare di sè come giocatore. Non si è mai autocelebrato. Ha vinto tutto, eppure non stava lì a ricordarlo a nessuno. Tantomeno a noi. Sembrerà strano ma solo negli ultimi tempi, grazie a Roberto Boninsegna, con cui pranzava spesso, prese a parlarne. Sembrerà paradossale, ma io, suo figlio, in qualche modo ho recuperato tutta la sua storia sportiva da quando non c'è più.
Così ho scoperto quel papà così "normale" che vinceva le Coppe Intercontinentali ed era ammirato in tutto il mondo...".

NOTTE MAGICA COL LIVERPOOL - Ma di tante galoppate sulla fascia, di tante partite epocali, cosa era rimasto nella mente del capitano della Nazionale? "La partita di San Siro con il Liverpool, quella su tutti. Ne avevano prese di santa ragione in Inghilterra, 3 a 1 con cori di sfottò e quel when the saints go marching in che risuonava ancora nelle orecchie di tutti gli interisti. Papà mi raccontava che al ritorno fu tutto magico, che non aveva mai visto lo stadio milanese così carico, al punto da spingere letteralmente tutta la squadra alla clamorosa rimonta. Finì tre a zero per la Grande Inter e papà segno una grandissima rete. Così la canzoncina degli inglesi stavolta la cantammo noi, con qualche parolina cambiata...".

LA MONETINA EUROPEA - Con l'Italia, Giacinto ha raggiunto anche la finale mondiale del '70, il torneo di Italia-Germania 4 a 3. Tuttavia, dice Gianfelice, della sua lunga e ricca carriera azzurra, papà Giacinto amava ricordare un trionfo passato anche per la dea bendata. "La vittoria del campionato europeo a Roma, nel 1968, lo inorgogliva e lo divertiva anche per come era avvenuta. In semifinale, a Napoli, finì zero a zero con l'Urss, anche dopo i supplementari. Allora i rigori non venivano proprio contemplati. Così fu il lancio della monetina a decidere il finalista. Il sorteggio favorì l'Italia che poi affrontò due volte la Jugoslavia in finale, la prima finì uno pari, la seconda vincemmo per due a zero. Questo è il ricordo più azzurro di mio padre".

L'INTERCONTINENTALE E LE MINI-COPPE - Tra i successi di Facchetti, naturalmente, le due Intercontinentali. "Che tempi: figurarsi che il premio, mi raccontava papà, allora consisteva nel potersi tenere la maglietta con cui si era giocato e nella consegna di piccole riproduzioni del trofeo mondiale. Adesso sinceramente non so dove siano finite le due mini-Intercontinentali, devono essere da qualche parte. So che la riroduzione della prima Coppacampioni papà l'aveva data a sua sorella".

PICCOLETTI TERRIBILI - Tante gioie e soddisfazioni sui campi verdi, si perde nella notte dei tempi il ricordo di un Giacinto in difficoltà. "Beh, forte era forte ma c'era un certo tipo di giocatore che gli dava molto fastidio". Chi, Gianfelice? "Mi raccontò di avere sofferto le pene dell'inferno nel marcare quegli attaccanti, ali soprattutto, piccoli di statura e molto rapidi di gambe. Lui, così alto, faceva una gran fatica. Mi parlò in particolare di Giancarlo Danova, detto Pantera, del Milan, con cui poi divenne grande amico; e di Igor Cislenko, ala sinistra dell'Unione Sovietica. Con loro, ammise, non fu facile".

BONIMBA CHE AMICO - Ma chi era il compagno di squadra più vicino a Giacinto? Sorpresa, non proprio uno della Grande Inter anni Sessanta, ma comunque sempre un grandissimo nerazzurro come Roberto Boninsegna, il goleador dello scudetto del 1971 e della Coppacampioni persa l'anno successivo con il fortissimo Ajax di Cruijff. "Già, Bonimba, che amico per papà. Ce lo siamo ritrovati sempre vicino soprattutto nei momenti brutti, quelli della malattia. Sì, d'accordo, magari erano molto differenti come indole e carattere, ma si trovavano nei valori importanti. Nell'amicizia. Devo dire grazie a Roberto Boninsegna per il tempo che ha passato con noi, Bobo spronava il suo vecchio compagno di squadra a uscire dal suo riserbo, a ricordare. Quando doveva esserci, Bonimba c'era".

SARTI, BURGNICH, FACCHETTI - Nello scioglilingua che qualsiasi interista ha mandato a memoria, altri rapporti di amicizia. "Papà era legatissimo a Tarcisio Burgnich, suo compagno di squadra nella Grande Inter. E poi ad Aristide Guarneri, con cui si vedeva spesso. Personalmente, poi, mi ha davvero colpito Giuliano Sarti, l'ho incontrato solo nel 2008 e, ascoltandolo, mi sono reso conto di quanto fosse simile e vicino a mio padre".

I RAPPORTI CON MAZZOLA - Nei filmati di repertorio, un classico Inter è l'abbraccio tra Sandrino Mazzola e Giacinto Facchetti dopo le innumerevoli giocate vincenti confezionate dai due. Eppure, qualcosa, negli ultimi anni, si era rotto tra il Baffo e il terzino goleador. "Sì, c'era stato qualche screzio ed era calato un certo gelo, non ne conosco i motivi; però devo aggiungere una cosa importante - afferma Gianfelice - quando qualcuno in questi tempi balordi si è permesso di diffamare mio padre, il primo a intervenire con durezza per prendere le parti di chi non c'è più è stato proprio Mazzola. Un giorno, a una presentazione di un libro su mio padre, dove c'era poca gente e nessuna telecamera, intervenne Sandrino, di cui avevo sempre sentito parlare senza mai conoscerlo personalmente. Ebbene, disse cose splendide su papà. Poi gli parlai e, con grande umanità e umiltà, mi spiegò che sì, erano stati davvero molto amici ma poi qualcosa si era rotto. Aggiunse: "Ma forse, se questo è accaduto è perchè ho sbagliato qualcosa io, così come lui, insomma abbiamo sbagliato entrambi". E' bello sapere che, oggi, Mazzola difende sempre l'onore di papà".

CAMBIASSO E LA NUMERO 3 - E oggi, c'è ancora chi festeggia i nuovi trionfi interisti con il numero 3 sulle spalle: è Esteban Cambiasso. Un retroscena che Gianfelice racconta con piacere: "Quando l'Inter vinse il primo scudetto sul campo del Siena, Cambiasso mi telefonò: "Buonasera, sono Esteban, potrei avere una maglia di suo padre, vorrei indossarla e fare festa per il titolo che lui avrebbe voluto vedere e vivere, sa ho conosciuto Giaginto e mi sento molto legato a lui". Gliela diedi, ne abbiamo pochine ormai, di maglie. Il tempo passa, no? La indossò con orgoglio. Poi me la riportò lavata e stirata. Gli dissi: "Esteban, è tua, tienila". Poi ha indossato ancora la 3 nella notte di Madrid. Bello. Dei giocatori attuali lui e Ivan Ramiro Cordoba sono i più vicini a noi, assieme a Javier Zanetti".

I QUADERNI DEL MAGO - Difficile scegliere tra i mille aneddoti che Gianfelice ha ereditato da papà Giacinto. Irrununciabile quello su Helenio Herrera. "Papà aveva una devozione per il Mago. Fu lui a lanciarlo e soprattutto fu lui a difenderlo perchè, sì, pochi lo ricorderanno, ma all'inizio il pubblico di San Siro prese di mira quel terzino così alto che si spingeva così in avanti. Mago Helenio non fece una piega e lo tenne in campo. Coerente e coraggioso. I due si stimavano molto. Non è un caso se poi Herrera ha voluto che uno dei suoi celebri quaderni con gli appunti sulla Grande Inter finisse proprio al suo terzino. Ogni tanto sfoglio quelle pagine e ritrovo anche mio padre".

FIGURINE DI PAPA' - Gianfelice continua a "recuperare" la memoria di quel campione inimitabile e di quel padre così discreto rispetto ai suoi successi. Uno dei tanti modi è legato alle figurine. Spiega: "Mi piace trovare tutte le sue immagini sparse per il mondo. Raccogliere le figurine di ogni tipo sparse per le varie nazioni. Sono tantissime, non ci credereste. Foto di ogni tipo, caricature comprese. Rivedo papà Giacinto, rivedo tutte le sue espressioni. Lo rivedo giovane, forte e campione".
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LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

Magari uno pensa che il top in carriera sia stata la Champions. Il trofeo dei trofei. E invece scopre che per il capitano dell'Inter il momento più bello e intenso, quello insomma che ha sentito di più, va spostato molto indietro: anno 1998, i nerazzurri di Gigi Simoni si giocano la Coppa Uefa (allora si chiamava ancora così) in un derby italiano con la Lazio di Roberto Mancini (in campo, giocatore a tutti gli effetti).

PARIGI LA GIOIA PIU' GRANDE - Teatro del match il Parco dei Principi, a Parigi. La partita si mette subito bene con un gol lampo di Ivan Zamorano. Ma la Lazio reagisce e si fa dura. E' proprio lui, Zanetti, a spegnere le speranze degli avversari. Un grandissimo tiro dalla distanza che si insacca nel sette della porta laziale. Un gioiello (raro, non è certo un goleador) che vale la vittoria finale (poi suggellata dalla segnatura di Ronaldo). Tre a zero: è il primo importante successo dell'era-Moratti. "Quella notte a Parigi è stato il momento più bello di tutti con l'Inter, io lo ricordo in modo particolare perchè fu la prima vittoria con il club e poi anche perchè ebbi la fortuna di firmare una rete importantissima", racconta Javier al sito Fifa.com in una intervista-verità dove svela le gioie ma anche le delusioni della sua vita interista.

IL MURO NERAZZURRO DI MADRID - Parigi dunque, un po' a sorpresa. E la Champions? "Ovviamente non potrò mai dimenticare la notte di Madrid quando abbiamo battuto il Bayern
Monaco. Sarò sempre orgoglioso del momento in cui sono entrato nella storia alzando il trofeo da capitano nerazzurro". Emozioni, tante, in terra di Spagna. "Una su tutte, quando siamo usciti per il riscaldamento. E' stata una sensazione unica vedere il muro umano dei nostri tifosi dietro la porta".

IO, BAGGIO, IBRA E RONNIE - Gli chiedono con quale fuoriclasse si sia trovato meglio e lui fa capire che è Roberto Baggio. Alla Fifa risponde con chiarezza ma anche molta eleganza: "Roby è un grande amico, sono felice di averlo conosciuto fiero di aver giocato assieme a lui. Ritengo che Baggio sia stato un giocatore eccezionale, sicuramente il miglior italiano che abbia mai visto in campo": E gli altri? "Ronaldo è stato una forza della natura, un tipo che poteva riuscire a vincere le partite anche da solo. In allenamento non riuscivo proprio a fermarlo... Ibra è uno che può cambiare un match in un attimo con quel fisico e quella forza di carattere".

GLI ANNI BUI - Javier non nega di averne viste di tutti i colori nelle sue 15 stagioni milanesi. Un lungo percorso, fino a giungere alle grandi vittorie. Periodi sportivamente difficili e sofferti che lui non ha dimenticato. E che affronta rispondendo a Fifa.com: "Adesso giocherò il Mondiale per club ad Abu Dhabi e in tutto questo tempo non ho mai perso la speranza di poterci arrivare. Sapevo sarebbe stato difficile, perchè bisognava prima vincere la Champions, ma dentro di me ero certo che sarebbe giunto il nostro momento. Non mi sbagliavo. Certo, abbiamo avuto alcuni momenti difficili, li abbiamo affrontati e ne siamo venuti fuori più forti di prima. Il mio rapporto con il club è saldo, lo è sempre stato, anche se giudico la stagione 2000, quando si sono alternati alla guida quattro allenatori in quello che per me è stato un anno caotico, il periodo più duro che ho vissuto in nerazzurro".

I 4 ALLENATORI - In realtà qui il capitano fa un po' di confusione sulla data. L'anno orribile interista a cui si riferisce non è stato il 2000 ma la stagione precedente 1998-1999 quando il club cambiò la bellezza di quattro tecnici: iniziò con Gigi Simoni, silurato decisamente a sorpresa da Massimo Moratti dopo una grande vittoria in Champions con il Real Madrid (3 a 1 doppietta di Baggio entrato nel finale) e una per 2-1 in campionato in rimonta sulla Salernitana-sorpresa dei giovanissimi Marco Di Vaio e David Di Michele (e qui segnò proprio Zanetti al '94). Come informa il documentato sito www.storiainter.com gli subentrò Mircea Lucescu (ma lo spogliatoio non aveva dimenticato Simoni, reduce da uno splendido torneo precedente chiuso al secondo posto tra mille polemiche per il famoso rigore negato da Ceccarini a Ronaldo nel decisivo Juve-Inter del ritorno e dal trionfo in Uefa). Il tecnico rumeno durò poco: il 21 marzo rimediò un 4 a 0 con la Samp e fece anche lui le valigie. Toccò a "Giaguaro" Castellini accomodarsi (si fa per dire) sulla panchina più calda d'Italia. Appena un mesetto e, dopo il ko interno con l'Udinese (1-3) prese il suo posto Roy Hodgson per chiudere il campionato all'ottavo posto. Un disastro perchè i nerazzurri restarono fuori da tutte le competizioni europee riuscendo a perdere anche lo spareggio per un posticino in Uefa contro il Bologna (doppio 2 a 1 in casa e fuori). Un cammino appena più decente, nell'anno dei 4 tecnici, fu quello intrapreso in Champions (eliminati ai quarti dal forte Manchester United) e in Coppa Italia (fuori in semifinale col Parma). Vista come andò, non c'è dubbio che Zanetti si riferisca a questa stagione come quella per lui più caotica e assieme dura.

ARGENTINI E BRASILIANI - Domanda d'obbligo, come convive il gruppo argentino (Zanetti, Diego Milito, Esteban Cambiasso, Walter Samuel) con quello brasiliano (Julio Cesar, Maicon, Lucio, Thiago Motta, Mancini e l'ultimo arrivato Coutinho)? "Come una grande famiglia dove si vuole continuare a vincere a partire dal Mondiale per club. Tutti qui hanno un ruolo e tutti fanno la loro parte, non importa da quale Paese provengano".

DELUSIONE SELECCION - Javier, bandiera interista, non ha potuto disputare gli ultimi due Mondiali con la sua Argentina (in quello concluso in estate non venne convocato, assieme a Cambiasso, dal ct Diego Armando Maradona). Tema che affronta senza tirarsi indietro: "Ho sentito lo stesso dolore in entrambe le occasioni. Ero più che pronto a rappresentare il mio Paese sia nel 2006 che nel 2010. Ma non è stata una mia decisione non esserci, tutto quello che so è che ho fatto del mio meglio e abbastanza per meritare un posto e questo mi fa stare in pace con me stesso".

E SE MESSI UN GIORNO... - Nelle parole di Zanetti, per ben due volte, ricorre il nome di Lionel Messi. Associato all'Inter..."Ho giocato con tutti i più grandi. E pure con Lionel ma soltanto nell'Argentina, mi piacerebbe però giocare con lui anche nell'Inter un giorno". Chiarissimo. Al punto da citare ancora il giovane fuoriclasse argentino nell'ultima risposta: "Dove mi immagino tra cinque anni? Ancora all'Inter, anche se probabilmente non sarò più in campo accanto a Messi o a chiunque altro. Mi piacerebbe svolgere un ruolo importante qui. Ma tutto quello che posso dire è che voglio restare con la famiglia nerazzurra. L'Italia e questo club sono parte di me". Firmato Javier "Saverio" Zanetti.

 

LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

A lui, che ne ha visti passare tanti, piace. Senza se e senza ma. E lo descrive, giocando con le notizie (tante) sul filo dell'ironia e del confronto. In un ideale dialogo diretto. Breve ed esaustivo, "Elogio di Mourinho", di Mimmo Carratelli, racconta l'allenatore del momento. Dall'inizio in Portogallo al cammino trionfale nella Champions con l'Inter di Massimo Moratti.
Si scopre così che, decisivo, per il glorioso futuro di Mou, fu la perfetta giovanile conoscenza dell'inglese.
Accade quando sir Robert William Robson sbarca a Lisbona per allenare lo Sporting e ha assoluto bisogno di un interprete. E lì, pronto, compare un ventinovenne ambizioso e preparato: la sinergia è immediata tra "l'inglese dal naso rincagnato e i bei capelli bianchi, sessantuno anni, e il giovanotto di Setubal, l'interprete Josè Mario dos Santos Felix Mourinho". Così inizia tutto.
Nel libro, Carratelli si rivolge direttamente a Mou, pagina dopo pagina: "Parlate di calcio, il professore inglese e l'allievo portoghese. Passate al Porto per vincere seduta stante due campionati e una Coppa del Portogallo (...) ti porta al Barcellona, sir Bobby, vice allenatore suo e allenatore delle riserve catalane". Segue corollario di vittorie. Fino alla prima, ottenuta senza tutoraggio. Avviene, ricostruisce Carratelli, proprio "alla corte dell'olandese Louis Van Gaal, subentrato a Robson"; guarda gli incroci della vita, si tratta dell'attuale tecnico di quel Bayern Monaco che il 22 maggio Mou ha sconfitto regalando la terza storica
Champions ai nerazzurri. "Van Gaal ti lancia affidandoti il Barcellona nella finale di Copa Catalunya contro il Matarò e tu porti a casa un successo rotondo, la tua prima firma sotto un trofeo".
E chi lo ferma più il giovane Mou, cresciuto alla scuola di santoni del calibro di Robson e Van Gaal? Fa bene ovunque vada. Ancora due passaggi - prima nel Benfica e poi nell'Uniao di Leiria - poi il trionfo. Si rivela al mondo del calcio internazionale costruendo il fenomeno-Porto che conduce alla Coppacampioni del 2004. Il resto è ormai noto: due titoli con il Chelsea che non vinceva da 48 anni e lo sbarco nell'Inter post-Roberto Mancini. Dove il portoghese, sin dall'inizio, non le manda a dire: "Il calcio italiano non è il più bello, è il più difficile. Avete trenta fuoriclasse. Il vostro calcio può essere migliore", risponde senza sconti ai cronisti poco abituati a tanta franchezza. Parole e vittorie. Polemiche e traguardi raggiunti. Mourinho è il "Mago" della panchina e in Italia ha l'impatto di un cliclone. E spacca, lacera, divide.
Non Carratelli, che gli dedica questo gustoso libro edito da Pironti e lo promuove senza impacci: "Grazie Mou, d'essere venuto in questa in questa valle di lacrime e di moviole a parlare senza peli sulla lingua, scorretto in un paese di falsi buonisti, purosangue in una nazione di asini di Buridano, sincero in una congrega di ipocriti, schietto in una penisola di voltagabbana". Niente da dire: il Mago Mourinho ci mancherà, eccome.

 

LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

Suarez, lo specialista di Coppa - E HH disse: "Saremo il nuovo Real"
Il regista della Grande Inter racconta i segreti dello spogliatoio nerazzurro. E parla di tutto: la carica di HH, i match con il Madrid, il Benfica, il Liverpool. L'ammissione di essere più interista che fan del Barca ai quali nel 1965 fece un gestaccio durante un'amichevole
di GIOVANNI MARINO da "www. repubblica .it"

Dossier
FOTO - Gol e gestacci di Luisito
Luisito. O Luigi. Che importa? Suarez per tutti, quasi più italiano che spagnolo, leggenda del calcio mondiale e della Grande Inter, un mito con quei lanci millimetrici quasi avesse avuto un mirino montato sugli scarpini; con quella capacità di tenere la palla, stop perfetti, dribbling da far girare la testa; industria umana di assist, valanghe di reti fatte segnare ad altri, qualcuna, bella e importante, siglata anche da lui. Luisito-Luigi ha compiuto 75 anni. Con la maglia nerazzurra ancora addosso: "Sono osservatore internazionale per il club", dice con quel suo particolare accento lombardo-galiziano così musicale e chiaro. Tempo di Champions. "Io di finali ne ho giocate tre e di Coppecampioni ne ho portate a casa due" e Suarez racconta il fascino unico di quei successi. A partire da una sconfitta, ma con un'altra maglia.

DELUSIONE CATALANA - Luis Miramontes Suarez è nato a La Coruna ed è diventato il calciatore più forte del mondo nel Barcellona. Nel 1960 è stato il primo e sinora unico spagnolo a conquistare il Pallone d'Oro (escludendo l'oriundo argentino Alfredo Di Stefano). Nei blaugrana era una mezzala di classe cristallina. E lì raggiunse anche la sua prima finale di Coppacampioni. "Nel 1961, il 30 di maggio, eravamo i favoriti contro il Benfica, in attacco avevamo gente come Kubala, Kocsis, Czibor. Loro, invece, non avevano stelle ma Mario Coluna giocò magnificamente e Santana era tecnicamente valido. Non fecero errori, noi purtroppo sì. Così perdemmo per 3 a 2 a Berna e la delusione fu grande. Ma servì a farmi capire che a quel livello non devi sbagliare, neppure una volta. Una lezione che non avrei dimenticato".

IL SEGRETO DEL PRATER - Anno di grazia 1964, Prater di Vienna, 27 maggio: da una parte la leggenda blanca del Real Madrid, dall'altra l'Inter "diciamo la verità, in quel momento praticamente sconosciuta in campo internazionale". Suarez era stato acquistato da Angelo Moratti "per 25 milioni di pesetas, 250 milioni di lire dell'epoca, un record, ma io ero il Pallone d'Oro e l'Inter una squadra in costruzione. Il Real praticamente vinceva la Coppa ogni anno, 4 o 5 di fila, una dittatura. Roba da non scendere in campo e invece Herrera fu bravissimo, ci disse quelle due o tre cose che fecero la differenza a livello psicologico". Il Mago, prosegue Luisito, affermò come fosse una verità assoluta che "quelli di Madrid sono alla fine di un ciclo, noi all'inizio; loro hanno fatto, noi adesso dobbiamo fare; è il momento giusto, ragazzi noi diventeremo il nuovo Real Madrid". Parole rimaste scolpite nella testa dei calciatori. "Il Mago riuscì a trasmetterci davvero questa convinzione, e dire che dall'altra parte giocavano Alfredo Di Stefano, Puskas, Gento, Amancio. Disputammo un partitone. In particolare Sandrino Mazzola e Tagnin furono la chiave del successo. Il primo, una furia scatenata, segnò una doppietta; Tagnin non fece toccare palla a Di Stefano che sì, aveva ragione il Mago, era in netto calo come tutto il Madrid". Finì 3 a 1 e la "sconosciuta" Inter si affacciò alla ribalta internazionale.

LA BALLA DEL CATENACCIO - Luisito ha voglia di parlare di quel periodo, di raccontare tutto. E, come sostiene convinto, di ristabilire qualche verità "dimenticata in fretta". Cosa, Luis, in particolare? "La balla del catenaccio. Spesso sento dire che eravamo forti solo quando stavamo chiusi in trincea con Picchi, Burgnich e Guarneri a spazzar via. Che falsità. Ma come fa una squadra che schiera Suarez, Mazzola, Corso, Jair, Peirò o Domenghini e un terzino che poi era un'ala come Facchetti a essere considerata difensivista? La verità è che nove volte su dieci i nostri avversari si chiudevano e noi li assaltavamo. Però non eravamo mica scemi e in certe partite, visto che avevamo la capacità e dico anche la classe di arrivare in porta con due, massimo tre passaggi, usavamo una tattica più attendista. Ma giocavamo un bel calcio, altro che. Non si diventa campioni del mondo e d'Europa e non si firma una striscia di successi come quella semplicemente stando chiusi in difesa. E poi mi chiedo: quante squadre, oggi, sanno arrivare al gol con due o tre passaggi?". Un vulcano Luisito, l'energia di un giovane settantacinquenne.

LA RIVINCITA - San Siro, 1965, un altro 27 maggio: per Suarez è l'ora della rivincita con il Benfica che lo aveva sconfitto a Berna. "Ma a Milano piove da due o tre giorni consecutivi e, sinceramente, non si può giocare a calcio. Forse a pallanuoto, forse... Tuttavia allora non si andava troppo per il sottile e ci fanno andare in campo. E' una battaglia nel fango, con il pallone che si ferma tra le pozzanghere, scivola improvvisamente sulle fasce. Non è calcio, lo ammetto. Tuttavia Jair da Costa indovina un buon tiro e il loro portiere, complice il terreno, non lo trattiene. Uno a zero. Siamo noi il nuovo Real Madrid, aveva ragione il Mago". Doppietta in Coppacampioni. "La tripletta sfumò il 25 maggio 1967 a Lisbona dove fummo sconfitti dal Celtic per 2 a 1: ma io non giocai, avevo uno contrattura e non recuperai in tempo; e fu assente anche Jair, altro infortunato. Non so dire se con noi due in campo sarebbe andata diversamente è un fatto, però, che allora le rose non erano infinite. Non come oggi dove esce Balotelli ed entra Sneijder; si fa male Samuel ed è pronto Cordoba. No, allora eravamo contati".

IL GESTO DELL'OMBRELLO - Un ex giocatore che è stato un campionissimo rimane campionissimo nella testa anche a 75 anni. Difende il suo passato, lo confronta con il presente ed è un giudice severo. Giusto, per chi ha vinto scudetti e coppe in due nazioni differenti giocando un calcio elegante e classico. E per chi ha l'Inter nel cuore: "Nella semifinale con il Barca giocavano le "mie" due squadre, ma alla fine ho sperato passasse l'Inter: i catalani hanno già vinto tanto, i nerazzurri hanno bisogno di cominciare a farlo in campo internazionale". Più nerazzurro che blaugrana Luisito, ricordato ampiamente con una fotogalleria in un sito dei fan del Barcellona - www. blaugrana. com - dove compare una rarità: un Suarez furente che fa il gesto dell'ombrello alla sua ex torcida catalana. Sotto l'immagine la didascalia: "Venticinque agosto 1965, l'Inter bicampione d'Europa gioca un'amichevole con il Barcellona, sugli spalti sono in centomila e non smettono un attimo prendersela con il suo ex giocatore che alla fine spiega il gesto: "Mi fischiavano senza soste, feci el corte de manga e me ne andai"". Che temperamento.

SORPRESA MATTHAUS - Immagini che Luisito si riveda in qualche calciatore dal tocco felpato, tra Falcao e Platini, per dirne due. Invece lui regala sorprese anche su questo: "Da quando ho smesso a oggi non mi sono ancora rivisto in nessun giocatore ma se proprio devo fare un nome e per giunta interista scelgo Lothar Matthaus". Il tedesco dal gioco potente e muscolare, cosa c'entra con lei? "Sì proprio lui, magari come stile mi somiglierà poco, ma aveva il mio stesso impatto sulle partite, la mia stessa personalità, lo stesso carattere vincente".

MOU E HH - "Molti mi chiedono - prosegue Suarez sul filo del discorso del confronto ieri-oggi - se Mourinho è come Helenio Herrera, mah... sono un po' scettico, è troppo presto, io dico: vediamo se vince la Coppacampioni e l'Intercontinentale un paio di volte di seguito, calma con i confronti. Però, sia chiaro, io tifo da matti per l'Inter e spero che Zanetti, Lucio, Maicon, Milito, Pandev e compagni prima o poi diventino come noi. Per farlo, però, hanno un'unica strada: vincere in Europa. Magari cominciando da subito". Firmato, Luis Suarez.

g. marino@repubblica. it

LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

 

La vita mancina di Mario Corso
"Io, tra Herrera, Pelè e Berselli"
Inventò le micidiali punizioni a foglia morta. Giocava con i calzettoni abbassati come i sudamericani. E aveva un piede solo: ma magico. Mariolino Corso, asso interista della squadra che vinse tutto si racconta. A partire dal libro che Edmondo Berselli gli ha dedicato.

"No, tutto non l'ho letto. Ma i passaggi che mi riguardavano quelli sì, come si dice? Me li sono divorati...". Mariolino Corso non sa dire bugie. La sua schiettezza è d'altri tempi in un'epoca dove la finzione è la regola. Il "sinistro di Dio" degli anni Sessanta parla a pochi giorni dalla scomparsa di Edmondo Berselli, editorialista di "Repubblica", fine intellettuale e scrittore senza barriere che gli dedicò un delizioso libro: "Il più mancino dei tiri", edito da Mondadori. Un volume in cui Corso appare in copertina, impegnato a dribblare il mondo che, nel fotomontaggio, si sostituisce al pallone. "Belle pagine, dove calcio e vita si mischiano, che scrittore e che bella persona, Edmondo", racconta Corso, icona interista di una squadra che conquistò il mondo.

IO E LO SCRITTORE - "Lo conobbi a Chieti, dove ogni anno si assegna un premio alla memoria di Peppino Prisco, il dieci di maggio. La targa va a un presidente e a un giocatore", dice Mariolino con quella voce roca che i fan del calcio neroazzurro '60-''70 certamente rammenteranno. "Berselli e io eravamo nella giuria che doveva assegnare i premi e per alcune edizioni siamo stati assieme a parlare, quando ci vedevamo. Anche giornate intere. Discutevamo di tutto, lui di pallone ne capiva, accidenti se ne capiva. E poi era simpatico e alla mano nonostante fosse un pozzo di cultura, voglio dire: non se la tirava, sai come certi tipi che invece sembra che sanno tutto loro". Però lei non è un gran lettore di libri..."Direi di no in assoluto, ho fatto una eccezione per il libro di Edmondo, per quelle pagine, insomma".

QUEL LIBRO UN ORGOGLIO - "Mi piacerebbe poter dire che era nata una amicizia ma forse non è la parola adatta: amicizia è quando ti frequenti a lungo e hai un rapporto consolidato. Posso dire però che era nata certamente una sintonia, ci trovavamo. E' stato un onore per me conoscerlo, una personalità forte dalle conoscenze vaste. Mi inorgoglisce pensare che Berselli ha dedicato una parte del suo tempo a scrivere un libro su di me. Bellissimo".

TERRORE E VITTORIA - Inevitabile parlare di Grande Inter con un tipo da 502 gare, 94 reti (tra i primi 10 di ogni tempo per presenze nerazzurre, come informa "l'enciclopedia" informatica dei dadti interisti, il sito www.storiainter.com), 2 Coppecampioni, 2 Intercontinentali. A partire dal primo trionfo, contro la squadra, allora, ritenuta più forte al mondo, il Real Madrid. Come pensavate di potercela fare con gente come Puskas, Gento, Alfredo Di Stefano, detto "La saeta rubia", il fulmine biondo? "Terrorizzati. Ha presente la fifa nera? Noi eravamo terrorizzati al solo pensiero di doverli incontrare. Ma Helenio Herrera era bravo a motivarci, a dare la carica, era quello che sapeva fare meglio. In campo, poi, si rovesciò tutto. Anche perché, devo ammetterlo, scoprimmo che fisicamente eravamo molto più freschi e reattivi noi. Che, insomma, li avevamo presi alla fine di un ciclo, per carità, glorioso ciclo in quel 1964. Il fattore fisico fu determinante". Chi la marcava? "E chi se lo ricorda? Di quelle sfide lì ti rimangono in testa solo i volti dei grandi giocatori e io ricordo la rabbia impotente di Gento, la delusione di Puskas, la grinta di Di Stefano che non si arrese fino al fischio finale. Però tutti noi giocammo una gran partita e sì, anche io". E iniziò una bella serie di vittorie. "Già, con il Mago che ogni anno cercava di vendermi a un'altra squadra, cosa impossibile perché Moratti mi adorava e non lo avrebbe mai permesso. Ma lui ci provava e me lo diceva pure: "Mario, per me dovevi andare via ma visto che sei rimasto ora giochi". Hai capito il personaggio che bella faccia tosta?".

PELE' IL MIO CAMPIONE - Quanti ne ha incontrati, Mariolino. "Tanti ma se devo fare una classifica dubbi non ne ho: Pelè è stato il più grande giocatore di tutti i tempi. Inimitabile. Fortissimo di piede e di testa. Classe e fisico. Corsa e resitenza. Sostanza e fantasia. Che roba, ragazzi. A quei tempi capitava di incontrarlo in amichevole perché Inter e Santos erano il massimo e in tanti pagavano il biglietto per vederle. Lo incrociai anche con la Nazionale. Pelè aveva molta simpatia per me, avevamo un buon rapporto, era simpatico, sempre sorridente. Della mia epoca, il più grande calciatore con cui mi sia confrontato. E non credete a chi dice che avrebbe fatto male in Europa: uno così fa bene ovunque".

CALZETTONI ALLA SUDAMERICANA - Pelè, completo. Mario tutto e solo sinistro. "Meglio un piede solo che due scarsi, è il mio motto", sorride Mariolino che, come altri ex nerazzurri, fa l'osservatore per la società di Massimo Moratti. Ma perché quei calzettoni sempre arrotolati? "Era un omaggio. Al mio idolo: Omar Sivori, lo adoravo. Lui giocava alla sudamericana e con i calzettoni giù, lo imitai subito. In qualche modo fui il primo europeo a metterli in quel modo. Mi dissi: se non posso fare tutti quei tunnel e quei dribbling almeno posso assomigliargli nel look", racconta con uno spiccato senso di autoironia il sudamericano di San Michele Extra. Rimasto ancora in stretto contatto con alcuni compagni dell'epoca come Boninsegna, Bedin, Domenghini e Suarez. "E vorrei sfatare una favola: con Sandrino Mazzola il rapporto era ottimo, le polemiche erano solo invenzioni". Nomi che richiamano successi nazionali e mondiali. E i due gol a cui Mario il mancino tiene di più. "Il primo lo misi a segno nello spareggio di Madrid contro l'Independiente, finalissima dell'Intercontinentale. Non che sia stato particolarmente bello, ma era semplicemente decisivo. Ricordo il cross di Peirò, io che stoppo di petto e calcio. Campioni del Mondo nel secondo tempo supplementare. Era il 1964, anno meraviglioso". Il secondo richiama l'anno doro di Bonimba, il 1971: "Quella punizione che mandò al tappeto il Milan nel derby di ritorno, fu 2 a 0 per noi e vincemmo l'undicesimo scudetto dopo una rincorsa clamorosa: recuperammo 7 lunghezze quando per una vittoria ti davano 2 punti, non so se mi spiego".

IL SEGRETO DELLA FOGLIA MORTA - Corso è stato l'antesignano di quei giocatori micidiali sui calci di punizione. Su tiro franco era un pericolo per gli avversari. Partiva dal suo sinistro una traiettoria a volte alta, a volte bassa, ma sempre tagliente e letale che si afflosciava in rete lasciando immobili i portieri. "Tutta colpa del mio primo allenatore, Nereo Marini da San Michele Extra, il paese dove sono nato. Si fissò sulle mie qualità di tiratore da fermo e mi costrinse, giovanissimo, a esercitarmi quotidianamente per 40 minuti alla fine di ogni allenamento. Tiri su tiri. Così nacque la foglia morta". E il mito calcistico di Mariolino calzettoni abbassati, solo sinistro, punizioni che equivalevano a rigori, sempre sul mercato e poi sempre titolare, vincitore su ogni campo. "Una bella carriera, ne sono fiero. Qualche rammarico per la Nazionale, ma ampiamente compensato da ciò che ho fatto nell'Inter. Al punto da finire in un libro di Berselli. Chi lo avrebbe mai detto: io, calciatore di San Michele Extra, con un piede solo".

g.marino@repubblica.it (21 aprile 2010)

LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

 

"Io il Barcellona l'ho battuto Agli spagnoli si fa gol così"
Tre gol in tre partite. Compresa una sospesa. Una rete fondamentale al Nou Camp. E' il record di Roberto Boninsegna, gloria nerazzurra e unico interista ad aver segnato e battuto il Barcellona
di GIOVANNI MARINO



Roberto Boninsegna
"Fu tosta, ma vincemmo contro gli spagnoli. Ed è una delle soddisfazioni che ancora oggi porto con me". L'unico nerazzurro ad aver battuto il Barcellona segnando sia all'andata che al ritorno (e nel mezzo, addirittura in una terza gara sospesa per nebbia, quindi una tripletta di fatto), ha sempre avuto un destino nel nome: Roberto Boninsegna. Il terzo capocannoniere assoluto nella storia centenaria interista riuscì nell'impresa nel suo primo anno con l'Inter. Correva il 1970 e Bonimba, come ancora oggi lo chiamano i suoi inossidabili fans, era appena approdato alla corte del presidente Fraizzoli. "Fu un grande momento, il Barca è, da sempre, una delle migliori formazioni del mondo", dice senza fronzoli, quasi brusco, com'è nel carattere di questo ex centravanti che nella vita e nella carriera si è sempre fatto rispettare andando avanti da solo, a suon di portieri battuti e stopper beffati. Senza raccomandazioni, sponsor e con poca diplomazia, ma con tanta, tanta sostanza in campo. Lui, nato nell'Inter, innamorato dell'Inter, tornava a casa. (Ri)acquistato dal Cagliari di Gigi Riva e non per due soldi. Ai rossoblu andarono tre calciatori del calibro di Domenghini, Gori e Poli. E in quel '70 lo scambio sembrò dare ragione ai sardi che vinsero il primo, unico, clamoroso scudetto proprio davanti ai lombardi. Ma i sette anni di Boninsegna milanese avrebbero poi riequilibrato quel giudizio: con il numero nove al centro dell'attacco, la squadra di Gianni Invernizzi vinse in eclatante rimonta il tricolore dell'anno seguente; quindi raggiunse l'ultima finalissima di Coppacampioni arrendendosi solo all'Ajax del divo Cruijff e il bomber conquistò per due volte il titolo assoluto di capocannoniere (in anni in cui c'era da giocarsela con attaccanti fenomenali, qualche nome: Gigi Riva, Paolino Pulici, Giorgio Chinaglia, Pietro Anastasi, Luciano Chiarugi, Pierino Prati) . "Diciamo che lo scambio andò bene sia all'Inter che al Cagliari, alla fine", taglia corto Roberto, quasi dovesse liberarsi con una gomitata di un difensore assillante sotto veste di una domanda non proprio gradita.

FRANCO, LE RAMBLAS E LA FESTA - Ma andiamo a quella sfida in Coppa delle Fiere. "Non si può dimenticare, ma i dettagli beh, è roba di quaranta anni fa, non chiedetemi di rammentare tutti i particolari", gioca d'anticipo il goleador che unisce diverse generazioni di tifosi (anche grazie ai filmati di YouTube che lo mostrano ancora oggi ai più giovani nelle sue acrobazie in area di rigore). Le cronache dicono che il 14 gennaio 1970 si giocavano gli ottavi di finale della prestigiosa Coppa delle Fiere - oggi assimilabile all'Uefa League - e che l'Inter era attesa a Barcellona nel celebre Nou Camp. Si va in campo in una Spagna ancora dominata dal franchismo ma dove Francisco Franco, appena un anno prima, aveva nominato il suo erede in Juan Carlos I di Borbone (che alla sua morte, nel 1975, sarebbe stato incoronato re). L'Inter gioca dunque in uno dei tempi del grande calcio. E qui Bonimba ti sorprende per la nitidezza di certi ricordi: "Quello stadio era da brividi. Mamma mia, ti perdevi a girarlo tutto. Ce lo fecero visitare perché era un gioiello, c'era persino una piccola chiesa, lì dentro. E poi gli spalti, l'accuratezza degli spogliatoi, il lungo sottopassaggio, insomma, tutto ti intimoriva già prima di calcare il prato". Intimoriti, voi? "No, no, che c'entra, dicevo in generale perché noi personalmente non eravamo tipi da disorientarci troppo, tanto che una volta in campo prima io e poi Mario Bertini andammo in gol". Già, difficile immaginare grossi imbarazzi in una formazione che nel match iberico schierava Vieri, Burgnich, Facchetti, Bellugi, Landini, Cella, Suarez, Mazzola, Boninsegna, Bertini, Corso. C'era ancora un bel po' di Grande Inter, insomma. "La buttai dentro quasi subito - continua Bonimba - poi loro ci ripresero e Mario (Bertini, ndr), ci riportò in vantaggio. Credo tutto nel primo tempo. Nella ripresa fu un assedio ma la nostra difesa difficilmente prendeva due gol in una stessa partita...". Quasi perfetta la sua ricostruzione: gol di Bobo al settimo, pari della mezzala Fustè al ventesimo e nuovo soprasso nerazzurro al trentaduesimo. Inutile predominio blaugrana nel secondo tempo e qualificazione che prende la strada di Milano. "C'erano parecchi nostri tifosi e fecero una festa incredibile per le ramblas, ma io sapevo che sarebbe stata ancora dura. Se c'era ancora il franchismo? Sinceramente rammento solo che quella sera la Spagna mi sembrò bellissima". Succede quando si vince su un campo che ha fatto la storia del football.

LA PARTITA SPARITA E I GOL SOTTRATTI - Poi Bonimba ha un lampo: "Aspetta un attimo: ma se non ricordo male giocammo tre volte contro il Barca". Tre volte? "Sicuro, una fu sospesa per nebbia ma eravamo in vantaggio e indovinate di chi era il gol? Mio...". Un precedente sparito da tutti gli almanacchi. Ma Bobo ha ragione, come testimonia il più completo (e incredibile) archivio informatico sulla storia dell'Inter che si deve a un ragioniere, Tommaso De Lorenzis, ideatore di www. storiainter. com, un diluvio di dati, formazioni, notizie, immagini, match ufficiali e amichevoli, imperdibile per un interista. La partita rinviata si disputò il 28 gennaio 1970 e Bonimba al quindicesimo siglò il vantaggio lombardo. Inutile perché, implacabile, la nebbia al trentatreesimo mise fine alla contesa. "Gol non conteggiati perché c'era la nebbia o la neve, gol non conteggiati perché c'era stato il 2 a 0 a tavolino per intemperanze del pubblico, gol non conteggiati per ininfluenti deviazioni che li trasformavano in autoreti: sinceramente me ne sono state sottratte molte di segnature e con i regolamenti odierni, dove ti attribuiscono la rete basta che il tiro è partito da te, i numeri dei miei gol sarebbero molto, molto più grandi", si lamenta Boninsegna. Aggiunge: "Persi il mio terzo titolo assoluto di capocannoniere per un autogol che non lo era...". Difficile dargli torto.

QUELL'ALA DI CLASSE - Si decide tutto il 4 febbraio. L'Inter, rispetto all'andata, recupera Jair (che nel corso della gara sarà sotituito da Reif, mentre Suarez lascerà spazio a Corso). "Non fu semplice, il Barcellona ha nel suo Dna il non arrendersi mai e poi c'era un'ala col nome strano (Rexach, una delle colonne del team, attaccante tecnico ma anche di temperamento che giocherà di lì a qualche anno con Cruijff e Neeskens in un Barca stellare) che ci fece ammattire. Feci ancora gol all'inizio (18') ma l'ala spagnola pareggiò subito (29') e la gara restò in equilibrio fino al termine. A noi stava bene il pareggio: e passammo il turno". La corsa dell'Inter di Heriberto Herrera si fermò in semifinale con l'Anderlecht ma quel risultato resta tra le vittorie di prestigio nerazzurre. "E mi ha insegnato una cosa: quando incontri squadre così grandi, hai una sola possibilità per superarle: attaccarle. Non sono abituati a subire. In quei tre match, in certe fasi, noi ci comportammo così. Se invece indietreggi fai una frittata". E Bobo, sangue nerazzurro nelle vene, indica la strada ai suoi eredi: Milito, Balotelli, Etoo, Sneijder. "Ragazzi fortissimi, capaci di ogni cosa. E più fortunati di noi a quei tempi": Perché, Bonimba? "Perché nell'unica Coppacampioni interista che disputai arrivammo fino in fondo, era il 1972, ma la finale era fissata in Olanda, praticamente in casa dell'Ajax. Invece adesso se si arriva all'atto finale si giocherà a Madrid e senza squadre spagnole. E, mi creda, non è poco...".

g.marino@repubblica.it (21 aprile 2010)

 

LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "


"Vi racconto l'ultima finale dell'Inter
La Coppa valeva 10 milioni di lire"
Era il 1972 e Giubertoni costituiva con Burgnich, Bellugi e Facchetti la Maginot dell'ultima Grande Inter capace di arrivare in finale di Coppa Campioni. L'ex stopper svela come quella squadra giunse a un passo dal trofeo
di GIOVANNI MARINO


Mario Giubertoni
"Le confesso un segreto: davvero questa non l'ho mai raccontata. Ha presente quella battaglia di Glasgow contro il Celitc in semifinale? Mamma mia, noi in trincea e loro che arrivavano da tutte le parti. Con Tarcisio, Giacinto, Mauro e Lele, lo posso dire, alzammo un muro là dietro in difesa. Zero a zero come all'andata. In ballo c'era la finale. Finì ai rigori e il sesto rigorista dell'Inter ero io. Così aveva deciso Gianni Invernizzi. Ma vincemmo 5 a 4: fortuna che gli scozzesi sbagliarono e Jair no, perché nella mia vita non ho mai calciato un rigore e non so proprio come avrei fatto. Mise tutto a posto il nostro brasiliano, che giocatore". Retroscena e ricordi dall'ultima grande campagna interista in Coppacampioni: stagione 1971-72, quando i nerazzurri raggiunsero la finale."Quel torneo è il massimo per uno che di mestiere fa il calciatore, credetemi", spiega con fresco entusiasmo Mario Giubertoni che di quella squadra (Mazzola, Boninsegna, Corso, Burgnich, Facchetti, Oriali per fare qualche nome) era un gregario, sì, ma davvero prezioso. "I piedi non erano dolci, ma di correre correvo, marcavo a uomo, avevo scatto e gran fisico e soprattutto lasciavo ogni energia sul campo: sarà per questo che ho sempre giocato", si descrive così il "Giube", 1 scudetto, 1 finale di Coppa dei Campioni, 154 gare e 1 rete nei 7 campionati nerazzurri, 21 presenze nelle rassegne europee, 39 e 1 rete in Coppa Italia. Quasi non fossero trascorsi 38 anni da allora, Mario rivive quell'esperienza rammentando dettagli e svelando aneddoti di una squadra e di un calcio ancora carichi di suggestioni. "Io le giocai tutte tranne una, ecco come arrivammo fin là. Che so? Magari porta bene agli interisti di oggi", sorride dalla sua casa nel modenese, tradendo ancora un forte attaccamento per quei colori, e per quelli rosanero del Palermo, le due formazioni in cui si è affermato come un difensore arcigno e difficilmente superabile nei suoi anni migliori.

MAZZOLA, BONIMBA E LA REGIA DI INVERNIZZI - "Dunque la prima fu con l'Aek Atene, esordio a San Siro. Io stavo addosso a un peperino, un piccoletto micidiale, nome da scioglilingua. Passammo in svantaggio, poi Mazzola, Facchetti, Jair e Bonimba misero una ipoteca sul passaggio del turno. Ma Atene, al ritorno, chi se la dimentica? Il pubblico si faceva sentire, l'arbitro ne era condizionato e i nostri avversari sembravano come sospinti dai tifosi. Perdemmo 3 a 2 e passammo il turno. Negli spogliatoi guardai in faccia i compagni: capii che saremmo andati lontano". Ma come era quello spogliatoio, quegli ultimi sprazzi da Grande Inter, chi comandava e cosa faceva l'allenatore per farsi sentire? "Allora, per capirci, quando hai in squadra gente tipo Corso, Facchetti, Mazzola, Jair, Boninsegna, Burgnich, Bedin, Bertini, Frustalupi, l'allenatore serve solo a mantenere il giusto equilibrio e l'armonia più fuori che dentro al prato verde. Perché lì, questa gente, ne sa più di qualsiasi allenatore e va in automatico. Tu ai Mazzola, ai Facchetti, ai Boninsegna e ai Corso cosa potevi mai insegnare? Ecco, Invernizzi era bravo a gestire gli equilibri e ottenne in due anni fantastici risultati: lo scudetto della rimonta sul Milan (eravamo a meno sette) e la finale di Coppacampioni l'anno successivo. Quanto mi manca Gianni".

CHE BOTTE CON HEYNCKES - Arriva lo scontro, passato alla storia del pallone, contro il Borussia di Netzer. Ci vogliono tre partite per capire chi passa. "Ma la prima non conta - ci tiene a precisare il "Giube"- quel sette a uno è falso come Giuda. Bonimba prese una lattina in testa quando eravamo sul 2 a 1 per loro e per noi era finita lì. Eravamo certi del 2 a 0 a tavolino e giocammo come fosse un allenamento, senza impegno. Quel 7 a 1 è una favola tanto è vero che poi a Milano gliene rifilammo 4 (a 2) con Mauro Bellugi che fece un gol da cineteca che non avrebbe mai più fatto e poi ancora Bonimba, Jair e Ghio. Certo, il ritorno a Berlino fu un assedio: ma Ivano Bordon fu letteralmente miracoloso, parò pure un rigore a Sieloff e io, in quell'assalto durato novanta minuti, la palla l'avrò presa sì e no due volte". Due volte e basta? "Sì, perché marcavo il grande Jupp Heynckes ed entrambi trascorremmo quella serata a fare a botte: spintoni, calcioni, gomitate, sgambettii. Un corpo a corpo. Alla fine uscii dal terreno come un pugile, ammaccato e tumefatto, ma vincente". E non espulso..."Ma io ero fisico, mai violento. Nella mia carriera mi hanno buttato fuori solo una volta. Giocavo nel Palermo e marcavo quel dribblomane talentuoso di Claudio Sala. Un tipo che mi piaceva perché le prendeva e le restituiva, ma non stava lì a piangere. L'arbitro ci richiamò e noi niente, continuammo a pestarci. Alla fine ci cacciò entrambi e con ragione".

SOFFERENZA LIEGI - "Nei quarti, dopo aver superato il Borussia, ci sentivamo sicuri di poter fare fuori facilmente lo Standard Liegi. Che errore: a San Siro faticammo da matti per vincere uno a zero con gol di Jair. Loro avevano un portierone: Piot, che era anche quello della nazionale. E a Liegi rischiammo l'eliminazione. Andammo sotto e quando si faceva nera una splendida azione di Pellizzaro a dieci minuti dalla fine mandò Mazzola in gol. Era fatta. Il 2 a 1 finale non contava nulla. Ci aspettava il Celtic Glasgow".

FINALE DI RIGORE - "Non giocai l'andata per infortunio. Nel ritorno marcai il loro centravanti: un gran giocatore. Loro davanti avevano calciatori come Dalghish, Macari e Johnstone, abili e potenti. Un giovanissimo Lele Oriali fece un partitone proprio contro Johnstone. Fu durissima. E, come ho detto, prevalemmo ai rigori: Mazzola, Facchetti, Frustalupi, Pellizzaro e Jair furono implacabli. Per loro sbagliò Deans e tanto bastò. Mi sentii uno dei più forti d'Europa perché ero in finale nella Coppa dei Campioni".

CRUIJFF, IL MIGLIORE - "Che sfortuna: la finale si giocava a Rotterdam, praticamente in casa dell'Ajax. Ci credevamo lo stesso: Invernizzi mi disse di marcare Muhren, il loro centravanti arretrato e siccome indietreggiava mi consigliò di spingermi anche in avanti. Lo feci, ma al dodicesimo del primo tempo durante un mio spunto offensivo Blankenburg mi sfasciò la caviglia con una entrata-killer. Fui costretto a uscire, sostituito da Bertini. Guardai il resto del match dalla panchina e vidi uno spettacolo, per allora, assolutamente inedito: il calcio totale all'olandese. Cruijff per me era e forse resta il migliore calciatore del mondo: aveva tutto, era un leader, col suo scatto lasciava chiunque dieci metri dietro, tirava, passava, colpiva di testa, scartava, lanciava. E poi Haan, Suurbier, Neeskens, Krol, Keizer. Cedemmo nella ripresa: due volte Cruijff. La prima per una incomprensione tra Oriali e Bordon, giovanissimi ma già bravissimi. Può succedere. Il mio sogno finì lì".

UN PREMIO DA 10 MILIONI DI LIRE - Davvero altri tempi il calcio anni Settanta: "Avessimo vinto il premio sarebbe stato di dieci milioni di vecchie lire se non ricordo male", sorride Giubertoni che dopo il calcio ha fatto "prima l'artigiano in una azienda di maglieria e poi il coltivatore di pere in una campagna di mia proprietà": Adesso, a 65 anni, è in pensione e si gode la tranquillità: "Sono in pace con me stesso, avrei anche il patentino da allenatore ma non fa per me. Si vive, e bene, anche senza calcio. Ma chi la dimentica quella Coppacampioni: ho ancora le maglie di Aek, Borussia, Standard, Liegi, Celtic e Ajax che ci scambiavamo a fine match. E poi, scusi, quando sono uscito, a Rotterdam, eravamo ancora imbattuti e come mi diceva il presidente Fraizzoli, "Caro Giube, ci fossi stato tu in campo non avremmo mai perso". Mentiva, una affettuosa e simpatica bugia che però mi inorgoglisce ancora oggi e mi riporta a quella splendida avventura sportiva".

g.marino@repubblica.it (31 marzo 2010)

 

LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

 

Le confessioni di Bonimba "Quando segnai di pugno"
Boninsegna svela i retroscena di una carriera da goleador. A partire da una delle prime reti realizzate con la mano. In un Inter-Lazio di 36 anni fa di GIOVANNI MARINO

Roberto Boninsegna ha compiuto 66 anni. In nerazzurro. "Faccio l'osservatore per l'Inter", dice con orgoglio e competenza. Perché Bonimba, indimenticabile goleador degli Anni Settanta, si è sempre sentito interista nell'animo. "Che dispiacere quando Fraizzoli mi cedette alla Juventus". E che dispiacere diede ai Bauscia quando rifilò due gol alla sua Inter in maglia bianconera: "Non fu una vera esultanza, la mia, ma solo una reazione di pura rabbia, caspita: io volevo stare dall'altra parte...". Roberto apre il libro dei ricordi e dei segreti nerazzurri. A partire da un caso tornato di prepotente attualità: il colpo di mano. Quella giocata "sporca" che ha mandato la Francia di Henry ai Mondiali a scapito dell'Irlanda di Trapattoni.

LA RABBIA DI FELICE PULICI - "Accadde anche a me di segnare con la mano. La sinistra, ovviamente", dice il mancino naturale tuttora al terzo posto tra i cannonieri di sempre dell'Inter. E racconta, con una straordinaria capacità di ricordare i dettagli: "C'è il sole ma fa freddo quella domenica di gennaio del 1973, a San Siro. Tanta gente sugli spalti. La Lazio di Maestrelli è la squadra rivelazione e si sta avvicinando a quel titolo che avrebbe colto l'anno successivo. Il match si mette subito male e Giorgione Chinaglia manda i biancocelesti in vantaggio su un giusto rigore. Noi stentiamo da matti. Ma nella ripresa ci gettiamo all'attacco un po' tutti. A un certo punto mi arriva un cross. Basso e veloce. Credo di Lele Oriali. Mi getto a corpo morto, sento la palla sfiorare i capelli e contemporaneamente, d'istinto, allungo il pugno sinistro. Che spinge la palla in rete. Praticamente un cazzotto. Pulici, il portiere, è incredulo. Per un attimo, poi si arrabbia".

L'URLO DI MASSA - Gol, uno a uno. Il pubblico esplode. "Io no, non esulto perché mi aspetto che l'arbitro annulli. Ma poi, alle mie spalle spunta Peppiniello Massa, la nostra ala destra, piccolino ma tecnico e poi simpaticissimo, praticamente uno scugnizzo napoletano e mi dice: "E' gol, è gol, dai abbracciami, abbracciami, forza Bobo muoviti, è il pareggio". E io lo faccio mentre Felice Pulici, giustamente impazzisce perché è l'unico avversario che ha visto davvero bene come è andata. L'unico testimone oculare al cento per cento". E l'arbitro, e il guardalinee? "Li assolvo perché, per come andò l'azione, era impossibile capire: la testa, i capelli, coprivano il pugno e allora, a parte una moviola dove si vedeva poco e male, non c'era altro mezzo tecnologico. Pulici e Massa sì che avevano visto, e forse, ma non benissimo, qualcosa aveva intuito anche Pino Wilson, il libero laziale". Soltanto la domenica sera e poi il lunedì con maggiore chiarezza venne fuori il "misfatto". "Già, ma quando nel dopo partita i giornalisti mi chiesero non negai: "Sì, l'ho toccata", risposi. Ho sempre cercato di agire nelle regole io e se chiedete a compagni e avversari dell'epoca vi diranno che cadevo in area solo se venivo letteralmente abbattuto, altrimenti restavo in piedi fino all'ultimo".

STAVOLTA TI FREGO IO - Bonimba le ha date e la ha prese dai difensori avversari. Ma tutti lo hanno sempre considerato un giocatore leale. In quel caso che successe? "Ragionai così: se l'arbitro me lo chiede ammetto che è un gol di mano. Altrimenti penso a quanti me ne hanno tolti ingiustamente i direttori di gara, a quanti rigori non mi hanno concesso e non dico nulla. Perché è questo che scatta nella testa dell'attaccante: una piccola rivincita con l'arbitro e i guardalinee rispetto ai torti subiti in precedenza (questo, assieme al fatto che sai benissimo che il risultato del match è sempre determinante per la tua squadra). Della serie: dai che stavolta vi ho fregati io... E poi, non per scusarmi, se non avessi avuto quel diavolo di un Massa vicino forse mi sarei fermato a braccia in giù e l'arbitro avrebbe capito. E comunque non era la gara decisiva per andare alla Coppa del Mondo e non era evidente nè come quello annullato in Nazionale a Pazzini nè come il colpo di Henry": Brutta quella cosa con la Francia, vero? "Tremenda per gli irlandesi, ma lì arbitro e guardalinee cosa facevano, dormivano? Purtroppo non si può fare più nulla. Il calcio ha le sue, magari discutibili regole, e non si può ripetere la partita. Non è mai accaduto e non accadrà".

A LEZIONE DA MEAZZA - Sessantasei anni, Bonimba, saluta la ricorrenza scorrendo i retroscena dei momenti particolari della sua carriera. "Beh, vedo come fosse oggi quando tornai all'Inter dopo gli anni di Cagliari. Che gioia pazzesca. Io avevo fatto tutta la trafila nelle giovanili. Poi il Mago, Helenio Herrara, mi mandò via, che sofferenza per me che ho sangue nero e azzurro nelle vene. Rientrare a casa, in quel 1970, fu il massimo. Vincere lo scudetto nel '71 e arrivare in finale di Coppacampioni l'anno dopo contro l'Ajax di Johan Cruijff, due imprese che porto nel cuore. Ma torniamo all'inizio di tutto: quando ero ragazzino ebbi la fortuna di essere allenato da un signore chiamato Giuseppe Meazza. Un monumento del calcio italiano. Mi incuteva timore: lo vedevo enorme, così serio, lo sguardo gelido. Invece era una pasta d'uomo e un profondo conoscitore di calcio. Che mi insegnò molto e mi cambiò la vita trasformandomi in bomber. Originariamente giocavo all'alla sinistra e mi piaceva servire assist ai compagni, mandarli in rete. Presto, però, capii che c'era poca gloria per chi non entrava nel tabellino dei marcatori e presi a calciare con maggiore frequenza in porta. Peppino Meazza comprese che ci prendevo abbastanza e mi spostò al centro dell'attacco. Da dove non mi sarei più mosso".

IL SEGRETO DEI RIGORI - "Fece di più Meazza - rammenta Boninsegna - mi rivelò un piccolo grande segreto del calcio: come si tirano i rigori. Una cosa che mi sono portato a lungo con me nell'Inter dove, ad un certo punto, ne segnai davvero molti, uno di seguito all'altro. La magia si infranse un pomeriggio a Firenze quando il portiere viola Superchi distendendosi sulla sua destra, deviò il mio penalty in angolo. Cosa mi disse il Maestro Meazza? Un dettaglio che risultò decisivo: "Roberto, non prendere mai la rincorsa centralmente, non lo fare mai. Scegli sempre una via laterale: o la destra o la sinistra. Il portiere non capirà". Aveva ragione, ovviamente".

IL GOL PIU' BELLO DI TUTTI - Ne ha fatto tanti in nerazzurro: "Centosettantuno gol, ma bisognerebbe aggiungerci 5 reti che mi hanno ingiustamente sottratto perché ci assegnarono delle vittorie a tavolino. Ricordo a Roma, con i giallorossi vincemmo 2 a 1, doppietta mia e invasione di campo dopo il rigore messo a segno al novantesimo. Conseguenza, 0 a 2 a tavolino e niente reti per me", dice con ancora chiaro rammarico. Il più bello? Nessun dubbio, la fantastica rovesciata di Inter-Foggia 5 a 0 (video), il match che sancì la matematica conquista dell'undicesimo scudetto interista, stagione '70-'71. "Colpi così ne vengono fuori uno, massimo due in una intera carriera. Quando vidi Giacinto Facchetti crossare compresi che non potevo fare altro che tentare di avvitarmi all'indietro e calciare mentre il pallone era alto, per aria. C'era il rischio di ciccarla, quella palla, o di spedirla fuori da San Siro. Venne fuori una esecuzione magnifica. Pensate, il portiere del Foggia, Raffaele Trentini, ancora oggi mi ringrazia con grande ironia: "Sai Bobo, l'hanno trasmessa così tante volte quella rovesciata che sono diventato famoso anche io". Ma ribadisco sono di quei colpi non puoi neppure pensare di ripetere un'altra volta nella tua vita sportiva. Di reti spettacolari ne ho segnate altre, come quando rischiai di spaccarmi la testa in un Inter-Napoli, ma quella al Foggia è una perla unica".

LA LATTINA E LA RIVINCITA - Ultimo flashback, inevitabile, i due matches col Borussia di Netzer. A 66 anni compiuti, Bonimba, giuri che la lattina di quel tifoso tedesco la mandò ko? "Svenni. Persi totalmente i sensi. Per qualche minuto. Fu una botta forte alla testa. Nessuna scena. Quando rinvenni avevo davanti il volto preoccupato del massaggiatore Della Casa. Tra il primo e il secondo tempo, negli spogliatoi, scese il commissario Uefa, che mi toccò la fronte preoccupato. Il nostro medico, Quarenghi, mi disse che non potevo tornare in campo. Quel 7 a 1 è un falso storico, uscii io e poi si fece male Jair Da Costa, eravamo in 10 e per di più, mi disse Sandrino Mazzola, l'arbitro dopo la lattina aveva fatto dei segni inequivocabili, come a dire: giocate pure, tanto il risultato del campo non sarà questo. E infatti, nel replay a campi invertiti, vincemmo 4 a 2 alla grande. Io segnai la seconda rete. Ci fu un cross che passò tra Jair e un paio di tedeschi, arrivai di corsa e la buttai dentro col sinistro". Immagini degli anni felici di Bonimba nerazzurro. Che conclude alla sua maniera: "L'ho detto: non ho mai fatto scena. E ora che ci ripenso mi spiace per quel gol di pugno e per Felice Pulici, che era un gran portiere. Ma fu un riflesso. E non mi accadde mai più".

g.marino@repubblica.it (24 novembre 2009)

LA STORIA DELL'INTER RACCONTATA DAI PROTAGONISTI

Di Giovanni Marino tratto da " www.repubblica.it "

Inter-Napoli, storie e segreti: parla Boninsegna
Il leggendario centravantio nerazzurro rivive le sfide degli anni Settanta. E svela: "Per due volte ho sfiorato l'azzurro, prima da giocatore poi da allenatore"
di Giovanni Marino
Il suo Inter-Napoli è un tuffo da spericolato acrobata, lo scarpino dello stopper che quasi gli spacca la tempia, il pallone che rotola beffardo in rete. Ventuno marzo 1971, una foto rimasta impressa nella storia del nostro campionato: la testa di Roberto "Bonimba" Boninsegna coincide con i tacchetti chiodati di Dino Panzanato.

I nerazzurri battono in rimonta un forte Napoli, pienamente in corsa per il tricolore. Un successo fondamentale perché alla fine l'Inter vincerà l'undicesimo scudetto, il Napoli sarà terzo. "I ricordi sono ancora nitidi", racconta l'ex centravanti interista, ora opinionista tv de "La 7", che rivive con "Repubblica" le sfide con il Napoli, rivela di essere stato due volte vicino al club azzurro, e arriva fino al match che si disputerà alle tre del pomeriggio sul prato del Meazza.

"Il cross veniva da destra e dunque non poteva essere di Mariolino, di Corso, un mancino estremo; secondo me era di Jair Da Costa: la scarpa di Panzanato non l'ho vista subito: la palla era alta, mi sono buttato. Ma poi, quando ho girato la testa per indirizzarla, ho toccato la suola di Dino, che era in ritardo. Fortuna che non è successo nulla di grave. Dio mio: quando il giorno dopo ho visto la foto sui giornali mi sono spaventato. Povero Zoff, la palla gli è saltata male davanti e il portiere più forte del mondo ha preso gol. Vincemmo e ci furono contestazioni per un rigore in verità molto generoso, un po' regalato".

Per la torcida azzurra fu un vero scandalo, Bonimba: "L'ho detto: il rigore era più che dubbio, lo ripeto, io lo realizzai e il penalty ci consentì di pareggiare la segnatura di Altafini. Ma il Napoli quella partita la gettò alle ortiche, insomma, la perse la squadra di Chiappella: perché noi eravamo ridotti in dieci per una esplusione di Burgnich, brutta entrata la sua e per giunta in svantaggio; loro ci misero in seria difficoltà ma non ne seppero approfittare fino in fondo. Non la chiusero e si sa come finisce nel calcio quando non stendi l'avversario. Però quella squadra era di grande qualità: Zoff, Sormani, Altafini e soprattutto Totò, come lo chiamo io, Juliano, l'anima della formazione, bastano questi nomi, no?".

Di Napoli e del Napoli il bomber degli anni Settanta ha molto da dire. "Quello scudetto, l'unico vinto con la mia squadra del cuore, nacque proprio al San Paolo. Da una sconfitta e da un mio errore clamoroso. Vincevamo uno a zero all'andata, gol di Jair, quando io ebbi l'occasione di chiudere il conto. Superai il portiere e al momento di metterla dentro vidi che c'era solo un uomo sulla linea della porta, Ottavio Bianchi: calciai sicuro, ma lo centrai in pieno. Lo presi nel sedere, così il pallone venne respinto. Che sbaglio. Addio due a zero. E prima Pogliana e poi Ghio ci castigarono, trascinati da quell'incredibile tifo casalingo. Non fu tutto nero: da quella sconfitta nacque la nostra riscossa; un patto di ferro per recuperare i sette punti di distacco dalla vetta e arrivare primi. Perdendo al San Paolo trovammo la forza giusta per andare a prenderci lo scudetto".

I giornali parlarono delle famose tabelle: due punti qua e uno lì, stilate da voi proprio nel chiuso del San Paolo per scandire i tempo della rimonta in classifica. "Una balla. Le tabelle io non le ho mai fatte. O forse le stilarono Mazzola e Facchetti e non me lo dissero perché io ero un po’ un cane sciolto. Ma di certo da quella sera l'Inter si cementò e partì una rincorsa memorabile".

Una lunga carriera nella quale ha giocato con l'altro grande bomber dell'epoca, Gigi Riva nel Cagliari e vinto con Inter e Juve ("Fosse per me sarei rimasto sempre neroazzurro, lo dissi anche al presidente Fraizzoli"), Bonimba svela: "Per due volte sono stato a un passo dal Napoli. La prima quando ero in Sardegna e il presidente del Napoli di allora, Gioacchino Lauro, mi chiese se volevo passare in azzurro: "Volentierissimo", fu la mia risposta".

"Mi piacevano squadra, clima, stadio e città. E poi quella maglia ha sempre avuto un grande fascino per chi fa questo lavoro. Non se ne fece nulla e alla fine mi riprese l'Inter. Chissà se avrei potuto coesistere con Josè, con Altafini. Ho seri dubbi, magari sarebbe finita che ci pestavamo i piedi, mi era già successo con Riva".

La seconda occasione è più recente, all'alba della seconda vita del Napoli, della rinascita. "Stavo per diventare l'allenatore degli azzurri, sai che bello. Mi contattò Toto, Juliano, che era vicino all'area tecnica e disse: "Senti Bonimba, te la senti di sederti in panchina?". E io: "Accidenti, certo, Totò".

Il club era lontano dalla serie A ma io ho una lunga esperienza nelle altre categorie. E poi per tredici anni ho fatto il selezionatore per la Nazionale di serie C, da me è passata gente come Toldo, Iaquinta, Giannichedda, Amelia, Barone. Ma anche quella volta finì con un nulla di fatto: succede nel mondo del calcio e amici come prima".

Da bomber implacabile (171 gol in nerazzurro, terzo marcatore di sempre per l'Inter) a opinionista, ecco la sua analisi sul match di domani: "I nerazzurri devono stare molto attenti; il Napoli è micidiale in contropiede con quel Lavezzi che punta l'uomo e quell'Hamsik che sbuca all'improvviso in area. Un po' il cuore un po' la stratosferica forza del team di Mourinho, però, mi dicono che l'Inter parte favorita: dai, insomma, dovrebbe vincere".

"Il Napoli è una squadra in costruzione e in prospettiva fa paura, se terrà i migliori. Però non capisco le critiche affrettate a Denis: con Zalayeta sono due attaccanti importanti, possono essere entrambi punti di riferimento per fare salire la squadra nei momenti di difficoltà: l'argentino è più punta d'area, l'uruguagio più manovriero, fanno parte di un progetto per il futuro del team, mi sembra".

E per il presente? "La zona Champions è lì ma il Napoli non è ancora attrezzato per puntarci: troppi gol negli ultimi minuti, ancora troppi sbalzi di rendimento in una stessa partita; manca qualcosa, un giocatore di esperienza e carisma che sappia dettare i tempi giusti, dare ai compagni sicurezza e tranquillità anche nelle fasi concitate; senza questo innesto sarà dura per il club di De Laurentiis arrivare tra le prime quattro, anche perchè alla distanza squadre come Roma e Fiorentina cresceranno molto. Ci vorrebbe uno Juliano moderno, ecco, per dare consistenza alle ambizioni azzurre".

Bonimba chiude il suo libro dei ricordi con un rammarico che affonda nel presente: "Ogni volta che giocavo a San Siro contro il Napoli mi sembrava di non disputare un incontro casalingo: il tifo per gli azzurri era incessante e rumoroso. Adesso non sarà così per via delle trasferte vietate. Ma io dico che il fenomeno ultras è stato troppo a lungo sottovalutato e i rimedi adottati non mi convincono totalmente: ora per un pugno di manigoldi la colpa o meglio, i suoi effetti sono ricaduti su tutti e ci sono andati di mezzo pure i tanti tifosi azzurri che sono sempre stati corretti".

"Non mi sembra giusto. Era così particolare quando i napoletani "trasformavano" San Siro nel San Paolo: dava la carica a entrambe le squadre. Inter-Napoli era speciale anche per questo: e magari un centravanti e uno stopper rischiavano persino di spaccarsi testa e caviglia pur di fare gol o di evitarlo. Proprio come me e Dino Panzanato quel pomeriggio a Milano. Nel primo giorno di primavera del 1971. Anche se a me, lo giuro, sembra appena ieri".

g.marino@repubblica.it (28 novembre 2008)